CALL FOR PAPERS: IL RUOLO DELLA SOCIETA' CIVILE IN ASIA 16/7/10
LE FIRME SUL DOCUMENTO DI AFGANA AL 28/06/2010
AFGANA E GLI AFGANI ALLA PERUGIA ASSISI 16/5/10
EMERGENCY, "AFGANA" CHIEDE INTERVENTO RAPPRESENTANTE UE E CHIAREZZA SU RUOLO NATO 12/4/10
AFGANA/ DL MISSIONI, ACCOGLIMENTO ODG SENATO 24/2/10
CAMERA ODG AFGHANISTAN SU "AFGANA" 9/2/10
UNA LETTERA AI PARLAMENTARI DALLA RETE DI "AFGANA" 27/1/10
THE COST OF WAR 21/11/09
AFGANA.ORG, OP/ED AND REPORT /RESOCONTI E COMMENTI 28/7/09
NATO SHOULD "COME CLEAN" ON WHITE PHOSPHORUS 8/5/09
AFGHANISTAN: L'ORA DI DIRE CHE IL “RE E' NUDO” 31/3/09
AFGHANISTAN, EXIT STRATEGY. MA PER LE ONG 18/2/09
LE ONG DEVONO FARE LE VALIGE? UNA NOTIZIA CHE SGOMENTA “AFGANA” 18/2/09
US PAYS 40.000 TO RELATIVES OF AFGHANS KILLED 27/1/09
DECRETO MISSIONI, LA MEZZA VITTORIA DELLA SOCIETA' CIVILE (com.stampa di Afgana) 20/1/09
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AFGANA.ORG, OP/ED AND REPORT /RESOCONTI E COMMENTI 28/7/09
Dicono o hanno detto
Aggiornato il
Martedi' 28 Luglio 2009
IL G8 E LE OCCASIONI PERSE. L'OBLIO DELLE DONNE AFGHANE
Andrea Pira
Il Riformista
Martedi' 28 Luglio 2009
Chi rappresenterà le donne afghane? A meno di un mese dalle elezioni che il 20 agosto decideranno chi sarà il nuovo presidente del paese centro asiatico, la domanda sorge spontanea. Non fosse per il fatto che l'Afghanistan è «uno dei posti più pericolosi per essere donna», come denuncia l'Afgan Woman's Network (AWN), una rete consolidata di circa 70 Ong e associazioni della società civile afghana. Parlare di stabilizzazione vuol dire anche parlare della questione di genere e dei problemi ad essa connessi che, a sette anni dalla caduta dei Talebani, sono ancora irrisolti. Spesso per mancanza di volontà politica. L'ultima occasione persa è stata la recente presidenza italiana del G8, quando dall'agenda del vertice dei ministri degli Esteri degli Otto grandi che si è svolto a Trieste dal 25 al 27 luglio scorsi, poi dal vertice dell'Aquila, è sparito il documento stilato da AWN sul ruolo delle donne e la loro condizione in Afghanistan. Una scelta curiosa soprattutto per l'incontro di Trieste, che doveva essere un'occasione per parlare appunto di «stabilizzazione dell’Afghanistan nel quadro della dimensione regionale, con la partecipazione degli attori regionali e internazionali e dei vertici delle organizzazioni internazionali competenti». L'assenza della questione di genere aveva suscitato numerose critiche. «Sarà un'occasione persa per sostenere la società civile, in particolare le donne – afferma Rosa Villecco Calipari, capogruppo del Pd in commissione Difesa e una delle promotrici della mozione sui diritti di genere, approvata agli inizi dell'anno in Parlamento, la quale ha ricordato al ministro Frattini che - la stabilizzazione afghana passa anche attraverso la crescita della società civile del paese»: A rivelare l'esistenza del documento è invece Afgana, la rete italiana della società civile nel paese centro asiatico. Il documento sparito dai lavori del G8 sia a Trieste sia all'Aquila, permette di capire una questione invisibile agli occhi dell'opinione pubblica, relegata nelle stanze di casa dove solo gli uomini di famiglia hanno accesso o dietro un burqa. Una realtà che parla di donne uccise perché lavorano o usate come merce di scambio per pagare l'oppio. Sono sopratutto le cifre a colpire. Ogni giorno quarantacinque donne afghane muoiono di parto, senza assistenza medica, condannate da mariti che considerano disonorevole far visitare la propria moglie da altri uomini. L'onore prima di tutto, anche prima della salute, poco importa una media di 1600 morti ogni centomila parti. Dodici volte l'Iran, centotrenta volte gli Stati uniti. Una situazione particolarmente grave nelle zone rurali, dove mancano i servizi sanitari di base e soprattutto mancano le donne medico e le infermiere in grado di prendersi cura delle pazienti. Anche perché denuncia AWN il tasso di alfabetizzazione delle donne afghane è solo del 5 percento, e scende al 2 percento nelle aree rurali. Violati i diritti alla salute e all'istruzione le donne afghane vedono violati anche i loro diritti politici. Secondo le stime di AWN almeno il 90% di esse non ha documenti e non può provare la propria cittadinanza. Fantasmi per le quali recarsi alle urne è difficile, se non impossibile. I dati ufficiali delle precedenti tornate elettorali parlano di un affluenza femminile al voto pari al 40% degli aventi diritto. AWN segnala però le difficoltà che le donne devono affrontare per registrarsi al voto. E poco importa che almeno un quarto dei duecentoquarantanove seggi nel Parlamento afghano sia riservato alle donne. La rappresentanza femminile è ancora insufficiente, spiega AWN, non riesce a garantire pienamente i loro diritti. Le donne sono sempre più spesso vittime di violenze. Un rapporto delle Nazioni Unite pubblicato ai primi di luglio denuncia un aumento degli stupri e delle violenze. «I limitati spazi che si sono aperti per le donne afghane dopo la caduta del regime dei Talebani sono sotto costante attacco» afferma Navi Pillay, l'Alto commissario ONU per i diritti umani. La Pillay denuncia «il fallimento a tutti i livelli governativi nel difendere i diritti delle donne afghane, questo nonostante i significativi progressi a livello legislativo e istituzionale». La lista delle violenze è lunga: dai delitti “d'onore” agli stupri, dai matrimoni forzati alle violenze Cercare giustizia è inutile. Molti di questi crimini, stupro compreso, non sono spesso considerati. Caduti i Talebani per le donne i cambiamenti sono stati pochi, e limitati alle aree urbane. La maggioranza delle donne afghane cerca ancora una rappresentanza.
AFGHANISTAN: CONF. L'AJA, AFGANA "ORA DI DIRE CHE IL RE E'NUDO"(AGI)
- Roma, 1 apr. - A distanza di due anni dall'appello della piattaforma 'Afgana', "e' triste riconoscere come quasi tutti i temi indicati nel marzo 2007 dalla societa' civile italiana siano diventati adesso patrimonio del dibattito dei Paesi riuniti all'Aja". Lo riferisce una nota della rete rete di associazioni, ong, accademici e cittadini sottolineando che "il rafforzamento della missione Eupol, le aperture regionali (Iran) e, soprattutto, il superamento della sola opzione militare erano gia' tutti indicati in un documento che fu presentato in Italia ai cittadini, all'allora governo in carica e ai parlamentari di entrambi gli schieramenti". Ma rimase "inascoltato, bollato forse come utopistico o impraticabile. E' bastato invece che il presidente americano Obama spiegasse al mondo che il 'e e' nudo' perche' tutti se ne accorgessero, dal ministro Frattini ai suoi illustri colleghi nei governi e nei ministeri europei".
Ora, ribadisce Afgana, "il superamento dell'opzione militare, un maggior impegno nella cooperazione civile, l'iniziativa regionale, istruttori 'non combattenti' al posto di incursori, sono sulla bocca di tutti, come lo erano sulle nostre, e su quelle della societa' civile afgana, due anni fa".
Il senso di 'Afgana' era quello di 'consigliare' il governo e di farlo riflettere sulla complessita' di un Paese fragile e gravato dalle ipoteche dovute a trent'anni di guerra che nel 2001 si era deciso di ricostruire a tavolino. "Ma nessuno scelse", riferiscono da Afgana, "non gli italiani, non gli europei, non gli americani, di ascoltare chi cercava di spiegare che il 're era nudo' e che bisognava correre ai ripari. Due anni perduti. Per Afgana era solo il frutto di una lezione appresa 'sul terreno' in Afghanistan confrontandosi con la piccola, frammentata, disomogenea societa' civile afgana, spesso evocata ma mai realmente appoggiata, finanziata, ascoltata. Sara' adesso arrivata l'ora di ripescare qualche vecchia idea prima che sia del tutto sbiadita? Cominciando a scegliere tra gli interlocutori, anche i soggetti delle rispettive societa' civili e il loro semplice 'buon senso'. In Italia, in America, in Germania o Spagna e naturalmente in Afghanistan".
I volontari italiani accusano: "La Farnesina ci ordina: via da Kabul"
Rachele Gonnelli
L'Unità 19/2/09
testo non disponibile
La Farnesina vuole mandare a casa le ong. Che rifiutano
Il manifesto 19/2/09
COOPERAZIONE
di j. t.
Visto il deterioramento delle condizioni di sicurezza nel paese, è il caso che le ong italiane impegnate in Afghanistan se ne vadano. E' l'invito che il nostro ministero degli esteri ha indirizzato alle ong italiane - Intersos, Cesvi e Gvc - che in diverse zone dell'Afghanistan lavorano per assistere la popolazione locale. Invito che suona però come una disposizione, e che ha messo in allarme le ong interessate e tutto il mondo dell'umanitario. La «proposta» della Farnesina è di ritirare il personale italiano, lasciando i progetti al personale locale. Un'eventualità che non solo esporrebbe gli operatori afghani, privati della protezione degli internazionali, a rischi maggiori di quelli che già corrono, ma significherebbe anche ridurre l'intervento italiano in Afghanistan al solo ambito militare. La questione risolleva le polemiche da poco sopite intorno al decreto per il rifinanziamento delle missioni all'estero, da cui in primo momento erano spariti i fondi destinati esplicitamente ad attività di carattere civile. Dei circa 100 milioni di euro di solito previsti dal fondo per le missioni all'estero per le operazioni di cooperazione civile, alla fine ne sono stati reintegrati 90, divisi in due semestri: un finanziamento salvato per il rotto della cuffia, che il senato deve approvare in questi giorni. Ma se le ong seguissero l'invito del ministero a lasciare l'Afghanistan, a chi andrebbero e come sarebbero utilizzati quei soldi? Per ora la risposta delle ong è: non ce ne andremo. «Il deterioramento delle condizioni di sicurezza non significa che le ong non possano lavorare, ma che servono misure di sicurezza adeguate», dice Nino Sergi di Intersos. La rete di associazioni, ong e cittadini Afgana.org si augura «una marcia indietro» e chiede una «doverosa precisazione al ministro Frattini».
Il Parlamento approva in blocco il rinnovo della missione afgana
Peacereporter
19/02/2009
Larghe intese sulla guerra
Il Parlamento ha approvato senza obiezioni e con voto plebiscitario un aumento di spesa del 38 percento nei finanziamenti alla guerra in Afghanistan.
40 milioni al mese. Mercoledì sera il Senato ha approvato all'unanimità il decreto legge (n.209 del 30 dicembre 2008) che rifinanzia tutte le missioni militari italiane all'estero. La Camera dei Deputati l'aveva approvato lo scorso 21 gennaio con due soli voti contrari e quattro astenuti.
Per la partecipazione italiana alla missione Nato in Afghanistan (Isaf) sono stati stanziati oltre 242 milioni di euro per i prossimi sei mesi, ovvero circa 40 milioni al mese - nel 2008 la missione era costata 29 milioni al mese.
2.500 parà della Folgore. L'incremento dei costi è dovuto al consistente aumento di truppe e mezzi mandati al fronte dal governo su richiesta degli Stati Uniti - senza contare l'invio di rinforzi temporanei per le elezioni presidenziali di agosto. Nei prossimi mesi, con l'arrivo di 2.500 paracadutisti della 'Folgore' (in sostituzione degli alpini della 'Julia') e di altri elicotteri da guerra (con relativi equipaggi), il contingente italiano supererà quota 3.000. I costi saliranno ulteriormente quando diventerà effettiva la già annunciata rimozione delle ultime limitazioni che impedisce ai nostri soldati di condurre operazioni offensive e ai nostri Tornado di sganciare di bombe.
"Le Ong se ne vadano". L'approccio militarista della nuova politica italiana in Afghanistan risulta evidente anche dall'invito informale che ieri la Farnesina ha rivolto alle Ong italiane che lavorano in Afghanistan con la Cooperazione Italiana (Cesvi, Gvc e Intersos), suggerendo loro di ritirare dal Paese tutto il personale italiano per motivi di sicurezza. Invito che le Ong hanno già rimandato al mittente, chiedendo che il governo metta al centro della sua strategia "la risposta ai bisogni e alle aspettative degli afgani", perché puntando tutto sulla forza militare "non saranno solo i talebani a cacciare gli stranieri, ma tutto il popolo afgano", come ha dichiarato Nino Sergi, segretario generale di Intersos.
"Italia protagonista". "L'invito alle Ong italiane a lasciare il Paese ci sgomenta", si legge sul sito dell'associazione Afgana.org. "Questo sembra essere l'epilogo di una strategia di emarginazione costante e mirata di ogni presenza civile, dopo il maldestro tentativo di cancellare dal decreto missioni, che rifinanzia la presenza militare all'estero, anche i pochi denari riservati ad attività civili di riconciliazione e costruzione della pace".
Ma il governo italiano si preoccupa solo di far bella figura con gli Usa e gli alleati europei: l'invio di rinforzi, ha detto Frattini, "è il segnale di un impegno da protagonista che l'Italia sente come un dovere morale nei confronti della comunità internazionale".
Afghanistan/ Ong italiane invitate a lasciare, 'Afgana' sgomenta
Associazione chiede una precisazione al ministro Frattini
APCOM
Roma, 18 feb. (Apcom) - Le organizzazioni non governative italiane sono state invitate dalla nostra diplomazia a lasciare l'Afghanistan. E' quanto riferisce 'Afgana', la rete di associazioni, cittadini, accademici e ong nata un anno fa in Italia (www.afgana.org) per chiedere un cambio di passo della missione internazionale.
L'invito risolto alle ong "ci sgomenta", si legge sul sito di afgana, in cui si evidenzia la coincidenza temporale con l'annuncio di un prossimo aumento delle truppe italiane nel Paese, in occasione delle prossime elezioni. "L'invito alle ong italiane a lasciare il paese sembra essere l'epilogo di una strategia di emarginazione costante e mirata di ogni presenza civile, dopo il maldestro tentativo di cancellare dal decreto missioni, che rifinanzia la presenza militare all'estero, anche i pochi denari riservati ad attività civili di riconciliazione e costruzione della pace - si legge sul sito - compito che spetterebbe, secondo la prima stesura del Dl, ormai solo ai contingenti militari, con una confusione dei ruoli che ha ormai passato il punto di non ritorno".
"Violando il diritto delle ong a decidere come debba essere svolto il proprio lavoro e cadendo nella trappola che proprio l'insorgenza contribuisce a scatenare (terrorizzare perché si lasci), l'Italia corre il rischio di privarsi del grande patrimonio civile delle organizzazioni umanitarie, da anni impegnate sul territorio dell'Afghanistan e ben consce dei rischi che chi fa questo mestiere affronta - continua l'associazione - rischi condivisi col personale locale che, senza la protezione degli internazionali, si troverebbe più esposto alle ritorsioni degli insorgenti".
"Afgana, la rete di ong, associazioni, accademici e cittadini che da due anni segue con attenzione la presenza italiana in Afghanistan, si augura una rapida marcia indietro e chiede una precisazione doverosa al ministro degli Esteri Fanco Frattini, in Afghanistan proprio in queste ore", conclude la nota.
Afghanistan/ Ong italiane invitate ad andare via
Mercoledí 18.02.2009
Affari italiani
Una "rapida marcia indietro" e una "precisazione doverosa" al ministro degli Esteri, Franco Frattini, in visita in Afghanistan. Sono le richieste di Afgana, la rete italiana di ong, associazioni, accademici e cittadini per la pace nel Paese, alla notizia che l'ambasciata d'Italia a Kabul ha invitato le ong italiane a fare le valige a causa del deterioramento delle condizioni di sicurezza. "Una notizia che lascia a dir poco sgomenti", si legge sul sito della piattaforma umanitaria, anche perche' cade "proprio nel momento in cui l'Italia si appresta ad aumentare il numero dei soldati, senza una strategia chiara e precisa non solo del loro utilizzo, sempre oscillante tra dimostrazioni muscolari e didascaliche 'missioni di pace', ma di quale soluzione politica Roma intenda servirsi per dare il suo contributo a riempire il vuoto di una strategia che non sembra andare oltre la mera opzione militare".
L'invito alle ong a smobilitare, si legge su Afgana.org, "sembra essere l'epilogo di una strategia di emarginazione costante e mirata di ogni presenza civile, dopo il maldestro tentativo di cancellare dal decreto missioni, che rifinanzia la presenza militare all'estero, anche i pochi denari riservati ad attivita' civili di riconciliazione e costruzione della pace". Compito che "spetterebbe - secondo la prima stesura del DL - ormai solo ai contingenti militari, con una confusione dei ruoli che ha ormai passato il punto di non ritorno".
Per Afgana, "violando il diritto delle ong a decidere come svolgere il proprio lavoro e cadendo nella trappola che proprio l'insorgenza contribuisce a scatenare (terrorizzare perche' si lasci), l'Italia corre il rischio di privarsi del grande patrimonio civile delle organizzazioni umanitarie, da anni impegnate sul territorio dell'Afghanistan e ben consce dei rischi che chi fa questo mestiere affronta. Rischi condivisi col personale locale che, senza la protezione degli internazionali, si troverebbe piu' esposto alle ritorsioni degli insorgenti".
Afghanistan, exit strategy. Ma per le ong
Agimondo
18/2/09
Le organizzazioni non governative italiane sono state invitate a lasciare il Paese. Rispondono di “no” e rilanciano chiedendo a governo e Stato Maggiore Difesa un chiarimento definitivo su azione militare e intervento umanitario.
La recrudescenza dell’attività terroristica dei talebani ha indotto l’ambasciata d’Italia a Kabul a consigliare alle organizzazioni non governative italiane di riconsiderare rischi e problemi di sicurezza legati alla loro permanenza in Afghanistan. Di là dalle perplessità espresse nel merito dalle ong -che certo non rinunciano alla loro vocazione di soccorso alle popolazioni, a maggior ragione quando sono afflitte dalla guerra- la segnalazione dell’ambasciata riporta l’attenzione al nodo centrale delle missioni italiane sui diversi fronti caldi: l’esigenza di una netta distinzione, nel mandato conferito dal Parlamento, tra l’intervento militare e quello civile. Si tratta di uscire dalla confusione di ruoli, per salvaguardare lo spirito di neutralità e di indipendenza degli operatori umanitari, internazionali e locali, e quindi la loro incolumità.
Il dibattito in Parlamento
La partita, dal punto di vista giuridico, si sta giocando al Senato con il voto sul decreto per il rifinanziamento (che da quest’anno è tornato semestrale) delle missioni all'estero. La Camera, con il parere favorevole del governo, ha ripristinato il finanziamento specifico per le attività di cooperazione civile, che era stato cancellato nel documento licenziato a dicembre. Un passo importante che premia l’impegno del direttore generale della Cooperazione allo sviluppo, Elisabetta Belloni, e la mobilitazione delle ong. Nella prima versione del decreto l’espressione “attività di cooperazione civile-militare” fondeva due mondi che, invece, devono rimanere distinti. I pericoli che essa generava hanno persuaso il legislatore a introdurre nella nuova versione del documento un articolo sugli “interventi di cooperazione allo sviluppo”, separato da quello “a sostegno dei processi di pace e di stabilizzazione”. Quest’utlimo comprende sia “operazioni civili di mantenimento della pace e diplomazia preventiva” sia attività del personale militare. Il documento è stato il risultato di un confronto politico tra il ministro degli Esteri, Franco Frattini, e il ministro della Difesa, Ignazio La Russa.
La società civile afgana e il processo di pace
L’azione umanitaria -insistono le ong- deve restare fedele ai principi di umanità, neutralità, indipendenza, imparzialità, non discriminazione e non strumentalizzazione dell’aiuto, definiti a livello internazionale e che impongono questa distinzione dei ruoli senza ambigue e strumentali invasioni di campo. E solo un’impostazione chiara può facilitare forme d’intesa e di cooperazione tra le componenti civile e militare. È stato così in Libano, dove di recente l'ambasciata d'Italia, la Cooperazione, le ong e i comandi dei contingenti militari italiani hanno firmato un’intesa per costituire un ‘Tavolo di confronto’ che definisca i meccanismi di coordinamento tra la cooperazione civile e quella militare nell'area a sud del fiume Litani, quella maggiormente colpita dalla guerra dei 34 giorni dell’estate 2006. Sempre l’esperienza in Libano ha rafforzato nelle ong la convinzione che per ampliare l'azione di cooperazione e ricostruzione civile siano indispensabili il confronto e l’interazione con la società civile locale. In Afghanistan il tessuto sociale, a differenza della situazione politica, si presenta unito e vitale. Per questa ragione le ong hanno chiesto al Senato di confermare, all’interno delle attività di cooperazione civile previste dal decreto, il progetto di una Conferenza di pace della società civile afgana e regionale, da tenersi in Italia in coordinamento con le ong e la rete ‘afgana.org’.
DECRETO MISSIONI: "AFGANA", MEZZA VITTORIA SOCIETA' CIVILE
(AGI) - Roma, 20 gen. - La rete di 'Afgana', il network di associazioni, Ong, ricercatori e cittadini che seguono con attenzione le sorti dell'Afghanistan, in una nota manifesta soddisfazione alla notizia che "il governo ha modificato il testo del Decreto legge 209 di proroga alla partecipazione italiana alle Missioni internazionali. Il nuovo testo prevede, per le attivita' di cooperazione civile, uno stanziamento di 45 milioni di euro per i prossimi sei mesi". Benche' si tratti di meno della meta' della cifra "tagliata" in prima stesura (il DL prevedeva altre si', incrementandoli, solo fondi a disposizione della componente militare), prosegue la nota, "e' evidente che si tratta di un importante successo e che questo risultato si deve, ancor prima che alla battaglia parlamentare, necessaria e ineludibile, alla mobilitazione della societa' civile italiana: associazioni, Ong, cittadini, operatori umanitari. E ovviamente alle critiche dei parlamentari dell'opposizione ma anche di parte della maggioranza di governo, intervenuti con forza per porre rimedio a questo inaccettabile 'taglio' che non riguardava solo le risorse finanziarie, ma che annullava anche il ruolo fondamentale della Cooperazione civile, delegando solo ai 'comandi militari' gli interventi di assistenza alle popolazioni in stato di necessita'". Ma il risultato di oggi, conclude la nota, "resta pero' una vittoria parziale: come auspicato da molti soggetti, oggi diviene piu' forte e netta la necessita' di procedere in una discussione ampia e senza pregiudizi per fare chiarezza, riconsiderare i mandati e la distinzione di compiti, riproporre i 'principi umanitari' come fulcro nell'azione umanitaria". Inoltre, "e' necessario e urgente recuperare anche la chiarezza, la dignita', il rispetto dell'azione umanitaria e dei principi che ne sono il fondamento. Cio' e' tanto piu' vero in Afghanistan dove sono presenti oltre duemila soldati italiani il cui mandato resta confuso tra quello della guerra piu' o meno guerreggiata e quello della missione di pace".
AGI
AFGHANISTAN: MASSACRATI 3 COOPERANTI STRANIERE E UN LOCALE
(AGI) - Kabul, 13 ago. - Tre cooperanti straniere -una canadese, una connazionale di origine britannica, e una statunitense di Trinidad- e il loro autista afghano sono stati massacrati in un'imboscata rivendicata dai talebani nella provincia orientale di Logar, pochi chilometri a sud di Kabul. Le vittime lavoravano per International Rescue Committee (Irc) fondato negli Stati Uniti tra gli anni Trenta e Quaranta. Erano partiti da Gardez per la capitale, su un fuoristrada seguiti da un automezzo con altre persone a bordo, quando in prossimita' di Pul-i-Alam, e' scattato l'attacco: armati hanno bloccato la strada mettendo un'automobile di traverso e all'arrivo dei cooperanti li hanno avvicinati e dopo avere sfondati i finestrini della jeep con il calcio dei fucili hanno sparato all'impazzata. Quest'ennesima tragedia ha suscitato allarme nel mondo della cooperazione. "Un drammatico segno dell'atteggiamento di crescente ostilita' verso la comunita' internazionale, che si sta diffondendo in Afghanistan come conseguenza dell'uso prevalente dell'opzione militare, nella strategia europea e americana nel Paese", ha detto Lucio Melandri, direttore generale di Intersos e rappresentante del network 'afgana.org'. Proprio come rete di organizzazioni e singoli della societa' civile afgana e italiana ha lanciato il 26 luglio scorso, insieme alla ong tedesca Medico Internationalis, l'appello 'Mancano solo cinque minuti a mezzanotte', che, in considerazione della situazione di estrema tensione esistente nel Paese, chiede alla comunita' internazionale un cambio di strategia e un maggiore sostegno alla societa' civile. (AGI)
AFGHANISTAN: ONG, NASCE PRIMO ANELLO DEL NETWORK EUROPEO(AGI)
- Roma - 28 lug. - 'Mancano solo cinque minuti a mezzanotte', la finestra di opportunita' per svolgere un lavoro proficuo in Afghanistan si sta ormai chiudendo. Parte da questa riflessione l'appello di di 'Afgana'- che raccoglie associazioni, ricercatori, ong, accademici e cittadini- e di 'Medico Internationalis', una della maggiori ong tedesche, che in un incontro a Roma hanno posto le basi per un nuovo network della societa' civile europea per la ricostruzione in Afghanistan. Le due reti, che sono in contatto da diversi mesi, condividono la stessa impostazione sull'andamento del conflitto e soprattutto sulla mancanza di una politica europea che superi la mera opzione militare. A partire da un documento comune che sara' sottoposto ai rispettivi partner in Italia e Germania, le due reti intendono contribuire alla costruzione di un network europeo che, si legge in una nota, "possa farsi forza di pressione e indirizzare le scelte dei governi tenendo conto che la clessidra del tempo si e' ormai esaurita". Da qui il nome della nuova campagna, 'Mancano solo cinque minuti a mezzanotte'. Per Afgana e Medico e' necessario, si legge ancora nella nota, "riconoscere la necessita' di smettere di uccidere i civili afghani con bombardamenti indiscriminati e che e' sempre piu' necessario dare voce e sostegno alla societa' civile afghana, perche' la sola opzione militare, prevalente nella strategia europea e americana, non puo' portare alla pacificazione del Paese". L'appuntamento per la stesura di un testo comune e per il lancio della nuova campagna della societa' civile europea e' previsto in autunno. (AGI)
AFGHANISTAN: PER LA SOCIETA' CIVILE, 5 MINUTI A MEZZANOTTE
il manifesto
27/7/08
E' il titolo dell'appello lanciato a Roma dal network italiano "Afgana" insieme a Medico Internationalis, una delle maggiori ong tedesche. Il tempo per svolgere un lavoro proficuo in Afghanistan si sta chiudendo, dicono, e serve una politica europea che superi la mera opzione militare. Tra i progetti, un network europeo per far pressione sui governi Ue.
Al summit di parigi promessi 20 mld per ricostruire l'Afghanistan
L'Unità 13/6/08
Toni Fontana
Una montagna di soldi ... Leggi
Più ombre che luci alla conferenza di Parigi
Perlapace.it (sito Tavola della pace)
13/6/08
Il comunicato di Afgana sulla conferenza di Parigi: “Si è persa ancora una volta l’occasione per indicare una svolta politica in una situazione interpretata soprattutto in un’ottica militare".
href="http://www.perlapace.it/index.php?id_article=1274&PHPSESSID=0da5c07b7303d71801547205c546dbbc" target="blank">Leggi tutto
Afghanistan. Il comunicato di Afgana sulla conferenza di Parigi
Carta Online
Giovedi 12 Giugno 2008
Nonostante le promesse di nuovi fondi per la ricostruzione del paese, le soluzioni politiche latitano alla Conferenza di Parigi sull’Afghanistan. E’ questo il commento al vertice in corso in Francia di Afgana, la rete della società civile italiana che ha partecipato in maggio alle riunioni preparatorie del summit. Secondo Afgana “A Parigi si è persa ancora una volta l’occasione per indicare una svolta politica in una situazione interpretata soprattutto in un’ottica militare. Le uniche indicazioni emerse sono che la comunità internazionale pomperà più denaro nel paese con la vaga indicazione che verrà data maggior responsabilità al governo afgano dopo una stagione, come ha riconosciuto per prima la Banca mondiale, in cui la ricostruzione è stata affidata in buona parte a contractor stranieri. Ma il riferimento a un protagonismo della società civile afgana, come soggetto in grado di beneficiare dei fondi e di dare un nuovo impulso a strategie locali di pacificazione, è debole se non inesistente e nessun cenno è stato fatto alla possibilità di un rilancio della strategia negoziale per un piano di riconciliazione nazionale. Le attese per una conferenza di pace sull’Afghanistan vengono dunque disattese da un summit che è stato solo una conferenza dei donatori e dove si sono ridotti al lumicino gli interventi che, oltre che di denaro, hanno parlato di politica”. Afgana, sul suo sito internet “Afgana.org” rileva inoltre che “alla conferenza non si è parlato né dell’esistenza di una duplice missione militare in Afghanistan (Enduring Freedom e Isaf) né delle complicazione che né derivano, né tanto meno delle responsabilità dei bombardamenti che continuano a produrre vittime civili, uno degli argomenti più sensibili tra gli afgani. Un piano di ricostruzione nazionale che non preveda un processo politico di riconciliazione, che non coinvolga la società civile afgana e che, al momento, non sembra neppure prevedere una conferenza internazionale dei paesi della regione, come un tempo auspicato proprio dall’Italia, sembra destinato al fallimento. E purtroppo – conclude "Afgana”–nonostante i ripetuti appelli alla svolta politica, la comunità internazionale non appare capace di produrre un disegno che vada oltre l’impegno militare che, da solo, non può riuscire a produrre un effetto virtuoso ma corre anzi il rischio di peggiorare una situazione sempre più deteriorata".
AGIS (EST) - 12/06/2008 - 17.12.00
AFGHANISTAN: AFGANA.ORG, A PARIGI E' MANCATO DISEGNO POLITICO
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ZCZC AGI2556 3 EST 0 R01 / AFGHANISTAN: AFGANA.ORG, A PARIGI E' MANCATO DISEGNO POLITICO = (AGI) - Roma, 12 giu. - Nonostante le promesse di nuovi fondi per la ricostruzione, sono mancate soluzioni politiche alla Conferenza di Parigi sull'Afghanistan. E' la delusione espressa da "Afgana", la rete della societa' civile italiana, che ha partecipato in maggio alle riunioni preparatorie del summit. Secondo Afgana, "a Parigi si e' persa ancora una volta l'occasione per indicare una svolta politica in una situazione interpretata soprattutto in un'ottica militare. Le uniche indicazioni emerse sono che la comunita' internazionale pompera' piu' denaro nel Paese, con una vaga indicazione che sara' data maggiore responsabilita' al governo afgano dopo una stagione -come ha riconosciuto per prima la Banca mondiale- in cui la ricostruzione e' stata affidata in buona parte a ditte appaltatrici straniere". Ma il riferimento a un protagonismo della societa' civile afgana come soggetto in grado di beneficiare dei fondi e di dare un nuovo impulso a strategie locali di pacificazione, e' debole -dicono ad "Afgana"- e nessun accenno e' stato fatto alla possibilita' di un rilancio della strategia negoziale per un piano di riconciliazione nazionale. "Le attese per una conferenza di pace sull'Afghanistan sono dunque disattese da un summit che e' stato soltanto una conferenza dei donatori e dove si sono ridotti al lumicino gli interventi che, oltre che di denaro, hanno parlato di politica". Un altro aspetto che sta a cuore alla 'rete' e' che "alla conferenza non si e' parlato ne' dell'esistenza di una duplice missione militare in Afghanistan (Enduring Freedom e Isaf) ne' delle complicazioni che ne' derivano ne' delle responsabilita' dei bombardamenti che continuano a produrre vittime civili". La comunita' internazionale - conclude "Afgana" - "non sembra in grado di produrre un disegno che vada oltre l'impegno militare che, da solo, non puo' riuscire a produrre un effetto virtuoso". (AGI) Com- 121713 GIU 08 NNNN
AFGHANISTAN, LA NEBULOSA DI PARIGI
Theo Guzman
il manifesto 27/5/08
“La sorpresa a Parigi, e quindi anche la delusione, sono state l'assenza della società civile afgana, pur presente con alcuni delegati ma sostanzialmente sparita dai documenti ufficiali. Non viene cioè ancora percepita come un interlocutore importante cui dare peso. E resta dunque senza voce”. Delusione e dubbi. Così Lucio Melandri, uno dei delegati di “Afgana”, la rete di cittadini, Ong e associazioni nata l'anno scorso in Italia, racconta la “Conferenza della società civile e del settore privato” riunita a Parigi dal ministro degli Esteri Bernard Kouchner in vista del tavolo che il 12 giugno riunirà a Parigi capi di stato e di governo per discutere dell'Afghanistan. Un vertice che è solo una data: non ha ancora un titolo né un'agenda precisa
Cominciamo da questo pre-incontro di Parigi che un titolo invece ce l'aveva...
Si, “Conferenza della società civile e del settore privato”. Qualche dubbio è venuto proprio dal titolo stesso: mettere nello stesso calderone due cose tanto diverse... Certo il settore privato ha una sua fondamentale importanza, ma quest'accostamento ci è sembrato quantomeno prematuro...
“Afgana” è andata a Parigi anche per stimolare l'uscita dalle secche di una situazione che sembra prigioniera della sola opzione militare
Siamo andati in Francia, e con noi le associazioni afgane, le Ong britanniche, le reti scandinave, gli amici tedeschi e naturalmente francesi, anche per capire cosa sarà la Conferenza del 12 a Parigi. Per capire se ci sarà quel cambio di passo che tutti, a cominciare dagli afgani, richiedono. “Afganizzazione” è il termine che va per la maggiore. Ma non ci è sembrato di capire che ci sia voglia di “afganizzazione” del dialogo in un momento in cui sembra proprio che l'opzione militare non abbia risolto le cose. Naturalmente per fare questo bisogna cominciare a dar voce anche alla società civile afgana e questo incontro doveva esserne la prova. Ma non è stato così. Abbiamo anzi dovuto combattere una battaglia per far inserire nei documenti e nelle raccomandazioni proprio un richiamo forte a questa componente che non ha voce in capitolo
Eppure Kouchner nel suo discorso di benvenuto...
Aveva chiaramente detto che la Conferenza doveva servire a dire le cose nettamente e chiaramente. Ma poi Kouchner è partito e la conferenza ha preso la modalità classica degli incontri dove non si decide nulla. Noi pensavamo che sarebbe servita da megafono per la Conferenza dei “grandi” del 12 giugno ma la sensazione è stata che fosse un megafono rivolto al nulla: negli spazi, nelle modalità, nelle carte ufficiali dove non c'era l'ombra di un richiamo alla società civile afgana che abbiamo insistito perché fosse inserito
Bilancio interamente negativo?
No perché è stata un'occasione per incontrarsi e conoscere una realtà afgana ed europea in forte movimento. Oggi pomeriggio si svolgerà una teleconferenza tra i partecipanti per farne un bilancio e mercoledì a Kabul ci sarà un altro incontro per preparare un intervento da far arrivare a Parigi
E l'idea di una Conferenza regionale della società civile asiatica chiesta dagli afgani a gennaio in un incontro a Kabul proprio con “Afgana”?
E' un punto cui teniamo molto e uno degli obiettivi che vogliamo che arrivino anche al tavolo del 12 giugno. Anche perché è un tema che come italiani abbiamo appoggiato e che è forte di un pronunciamento del nostro parlamento. Si tratta di uno strumento di dialogo in grado di mobilitare risorse nei paesi confinanti e “circondare” l'Afghanistan con le voci e la forza della società civile. Un passo nella direzione di pacificare il paese che va oltre l'uso delle armi
AFGHANISTAN: PRIMO CONFRONTO A PARIGI IN VISTA CONFERENZA
(AGI) - Parigi, 25 mag. - Quando mancano meno di tre settimane alla conferenza di Parigi sull'Afghanistan non sono ancora noti ne' gli obiettivi ne' l'agenda. Non e' noto neanche il tema centrale che dovrebbe dare il titolo a questo incontro francese del 12 giugno, che recepisce e sviluppa una vecchia idea italiana per una conferenza di pace. Nei giorni scorsi, il ministro degli Esteri, Franco Frattini, anticipo' che non sarebbe stata una "conferenza di Paesi donatori" ma un confronto in cui forse si sarebbe discusso anche delle regole d'ingaggio dei contingenti militari.
Intanto si sono fatte sentire le voci della societa' civile afghana, dei Paesi confinanti e dell'Europa. E' possibile -si chiedono- costruire una forza d'urto importante per la pacificazione dell'Afghanistan?. 'Afgana', la rete di associazioni, cittadini, accademici e organizzazioni non governative costituita un anno fa in Italia (www.afgana.org), non soltanto lo crede, ma ha pensato di porre la questione al centro del dibattito al 'Forum internazionale sull'Afghanistan della societa' civile e del settore privato', organizzato a Parigi dal ministero degli Esteri francese in vista dell'appuntamento di giugno e che si e' concluso oggi.
'Afgana', con l'appoggio dell'Afghan Civil Society Organizations Lead Group e della ong tedesca 'Medico International', ha presentato al Forum un documento in cui si chiede un sostegno aperto alla proposta di convocare una conferenza regionale sull'Afghanistan della societa' civile asiatica, da porre sotto forma di risoluzione sul tavolo dei grandi che si riuniranno il mese prossimo.
'Afgana' ricorda che l'iniziativa e' nata dai delegati afgani che in gennaio parteciparono a Kabul alla prima Conferenza nazionale della societa' civile afgana dove, condiviso con i delegati italiani, fu licenziato un documento in 19 punti, che chiede un forte cambio di passo della missione internazionale e dell'impegno del governo afghano per garantire la protezione dei civili, un nuovo indirizzo politico nella gestione del conflitto, che favorisca tutte le possibili iniziative di pacificazione e un rinnovato impegno nella ricostruzione che premi anche gli attori della societa' civile locale.
Una svolta, in sostanza, sottolinea una nota di 'Afgana', "per uscire dalla sola ottica militare di cui sembra ormai completamente prigioniera la presenza occidentale in Afghanistan e l'agenda pensata per risolvere la crisi afghana".
La Conferenza regionale della societa' civile asiatica, cui parteciperebbe anche la rete europea in formazione, "e' dunque un'iniziativa dal basso, che indica un percorso e il cui valore e' quello di una pressione sui capi di Stato e di governo dei Paesi Nato e sullo stesso governo afghano, affinche' si dia ascolto alle preoccupazioni espresse dalle opinioni pubbliche afgane ed europee, con le quali 'Afgana' intende stabilire una relazione allargata che superi i meri ambiti nazionali".
'Afgana' ricorda nel suo documento "che lo stesso Parlamento italiano si e' gia' espresso favorevolmente a sostegno dell'iniziativa e si augura che, una volta ottenuto l'appoggio del Forum, la stessa possa diventare risorsa, suggerimento e confronto nell'imminente incontro di Parigi".(AGI)
AFGHANISTAN, LA CONFERENZA DI PARIGI E IL FANTASMA DELLA POLITICA
Lettera22 / il manifesto /16/5/08
Non bastano i quattrini a far uscire il paese dalla palude della guerra
Emanuele Giordana
Un fantasma afgano si aggira per l'Europa. Un fantasma che per adesso ha il nome vago della “Conferenza” che si terrà a Parigi il prossimo 12 giugno. Quando a sorpresa fu annunciata, quasi casualmente a un vertice della Nato dal roboante ministro francese Bernard Kouchner, a qualcuno sembrò che si fosse finalmente materializzate una vecchia idea della diplomazia italiana: quella della conferenza internazionale che aveva fatto capolino tra il febbraio e il marzo del 2007 – oltre un anno fa - e che sembrava una delle poche idee innovative per tentare di cambiare, più che il corso della guerra, il modo squisitamente militare in cui l'intera vicenda afgana è stata maneggiata. Poi però non se n'è più parlato e l'iniziativa è rimasta saldamente in mano Nato. Ed è stata la Nato a guidare le danze. L'impressione generale è stata che la politica, intesa come attività dell'intelletto civile, avesse fatto un passo indietro e che dunque la nebulosa della conferenza tale fosse rimasta. Dopo l'ultimo vertice della Nato a Bucarest nel marzo scorso qualcosa di nuovo aveva però fatto capolino, visto che anche la Nato fa politica: la necessità di un'“afganizzazione” del conflitto, passare cioè la palla direttamente agli afgani. Scelta sensata se accompagnata da un processo politico più ampio, che ancora non si vede, e che, come segnale, aveva spiegato il 6 marzo scorso il capo di Stato maggiore dell'esercito, Fabrizio Castagnetti, poteva rivelarsi nell'orientamento per gli italiani di lasciare a Kabul una presenza ridotta per potenziarla ad Herat, trasferendo la responsabilità della sicurezza della capitale (italiana sino ad agosto) dall'Isaf agli afgani. Segnale in parte già sottolineato da una maggior presa in carico della sicurezza di Kabul da parte delle forze afgane di polizia. Ma torniamo alla Conferenza.
Per quel che se ne sa, l'incontro di Parigi sembra soltanto una conferenza dei donatori. Si parlerà di soldi e ricostruzione – un'ottima idea – ma forse si dirà poco sulla guerra e su come trasformare questa sorta di protettorato Nato in un paese autonomo, anche sul piano militare. Opzione che andrebbe supportata anche da un piano di pace nazionale, un coinvolgimento della società civile locale, un attivismo dei confinanti che, al momento, dal Pakistan all'Iran, passando per Cina, India e Russia, sembra soprattutto orientato a fare l'interesse nazionale proprio più che quello degli afgani.
I francesi hanno convocato per il 24 maggio una preconferenza della società civile, anch'essa abbastanza nebulosa. Sono invitate soprattutto le Ong (per l'Italia ci andrà anche il coordinamento di “Afgana”) e dunque l'impressione è che si parlerà anche lì di soldi e poco di politica. Quando in un incontro informale coi francesi si è affrontato il tema della preconferenza (per capire poi se quelle voci arriveranno al tavolo “buono” del 12), si è capito che la diplomazia francese preferirebbe evitare certi argomenti: la gestione dei Prt, ad esempio, i controversi Provincial Reconstruction Team su cui, come ha appena dimostrato un seminario sui Prt organizzato dalla Nato in Olanda, tra gli stessi partner della Nato ci sono parecchie perplessità, o almeno nella società civile dei paesi Nato (specie sulla necessità di dividere l'aspetto civile da quello militare) .
Aspettando dunque la politica, a Parigi si parlerà soprattutto di denaro. Il Fianncial Times di ieri spiegava che gli afgani si presenteranno agguerriti con una richiesta di 50 miliardi di dollari. Cifra consistente: 14 per le infrastrutture; 14 per le forze di sicurezza nazionale; il resto per l'agricoltura. Ma, anche se sono importanti, i soldi non son tutto. Senza la qualità della politica la quantità monetaria serve a poco.
L'ITALIA IN AFGHANISTAN: LA "SVOLTA" CHE NON C'E'
il manifesto 4/4/08 (T.g.)
Qual'è la posizione italiana sull'Afghanistan? In sede Nato non si sono segnalati grandi cambiamenti: l'Alleanza porta a casa qualche migliaio di soldati ma nessuna nuova buona idea oltre a un “miglior coordinamento” dell'opzione militare. L'Italia si limita a spostare soldati sul fronte di Herat e l' intervento civile si ferma a una sessantina di milioni. Non di meno la Farnesina si è mossa per cercare di ascoltare le voci della società civile italiana: Argo, nuovo think tank sull'Asia che ieri ha presentato un dossier afgano; l'osservatorio Asia Maior, cenacolo di accademici creato anni fa da Giorgio Borsa e che presenterà a giugno un saggio sull'Afghanistan in un corposo rapporto sull'Asia; le “raccomandazioni” di “Afgana”, network che ha come obiettivo una rete italiana, afgana ed europea che dovrebbero esser ospiti di una preconferenza della società civile che i francesi vogliono organizzare prima del summit sull'Afghanistan previsto in giugno a Parigi. Una buona idea nel deserto della “svolta” che non c'è.
Il dossier di Argo ha per titolo “La necessità di un cambiamento di strategia” ma il rapporto, approfondito e corretto nella disamina del passato, appare povero di indicazioni innovative. Si chiede di migliorare il coordinamento tra le mille strategie (ammesso che ne esista una, ha detto alla presentazione Lucio Caracciolo di Limes) della comunità internazionale, dall'Onu (per cui tutti chiedono un ruolo più incisivo che non si vede come possa affermarsi) all'Isaf, a Enduring Freedom, i due veri artefici della principale opzione afgana: quella militare. Sui Provincial reconstruction team, una delle operazioni più controverse di questa opzione, Argo aumenta la confusione tra attività civile e militare: “È necessario – scrive - che i Prt evitino di ingerirsi negli affari locali e modulino i progetti secondo i piani del governo di Kabul e non sulla base di interessi strategici e di immagine dei loro Paesi”. Proprio il contrario di quello che dovrebbero fare, come spiegava ieri, paradossalmente, un militarista doc, il direttore di “Analisi Difesa” Gianandrea Gaiani. Presentando il suo recente saggio a Roma, ha spiegato che i militari devono fare i militari e non gli umanitari. Idee sacrosante che cozzano con la strategia dei Prt ricostruttori del paese come ha del resto spiegato, in una delle sue gaffe, il generale Del Vecchio, candidato Pd al parlamento, secondo cui i sodati devono costruire scuole e ospedali, competenze tipiche della sola cooperazione civile. Su Enduring Freedom Argo riconosce la necessità di “ un'unificazione tra ISAF e EF, con la fine di quest’ultima”. Posizione che Asia Maior, in un documento informale presentato alla Farnesina, ribadisce con più forza: “L'elevato numero di vittime civili impone un ripensamento della strategia Nato, complicata dalla presenza di EF che, oltre a ingenerare confusione su chi comanda, fa largo uso di bombardamenti con un alto costo in termini di vite umane, controproducente in un’insurrezione in cui è centrale la conquista del consenso”. Posizione riecheggiata da “Afgana” che aveva chiesto che l'Italia a Bucarest si pronunciasse, tra l'altro, sulla fine di Enduring Freedom e la ridefinizione dei Prt. Ma di questo in Romania proprio non si è parlato. (T.G.)
Era ora, finalmente: è Nato il canale tv
Tommaso Di Francesco
il manifesto 3/4/08
La ciliegina sulla torta. Nel giorno del vertice Nato sull'Afghanistan, con tanto di richiesta di Bush agli alleati europei ancora di nuove truppe, è stata lanciata «Natochannel», la prima emittente tv dell'Alleanza atlantica. Subito impegnata, dice il segretario della Nato Jaap de Hoop Scheffer, a recuperare terreno sul «fronte della comunicazione in Afghanistan» e a «contrastare l'offensiva mediatica dei gruppi di estremisti». Hai voglia a denunciare il giornalismo embedded degli inviati addestrati in tuta militare, pronti a riportare la versione mimetica della guerra occidentale. Ora il giornalismo televisivo se lo fa direttamente la più grande alleanza militare della terra. Non è poco quanto a trasformazione «deontologica» del mestiere di giornalista.
I vertici atlantici già si sentono in redazione. Per il premier danese Anders Fogh Rasmussen, promotore del nuovo canale «la Nato deve affrontare le sfide dei media del XXI secolo», con lo scopo, insiste de Hoop, «di raccontare cosa stiamo facendo, come lo stiamo facendo e perché». È previsto il dispiegamento sul suolo afghano di troupe televisive che realizzeranno tutta una serie di servizi disponibili sul sito web www.natochannel.tv. Propaganda pura per rafforzare l'immagine Nato compromessa dai disastri sul campo. Ma più pericolosa. Perché aumenta il potere di veto, censura e controllo sulle notizie. Già i civili vittime dei raid della Nato vengono chiamati tutti, inesorabilmente, «talebani». Provate a immaginare che fine farebbe ora la notizia di ieri che «Afghana», il coordinamento delle Ong di Kabul, ha consegnato al ministro D'Alema al vertice di Bucarest la richiesta della società civile che dice: «Basta missione Enduring Freedom - a guida Nato dal marzo 2003 ndr - perché dannosa e fuorviante, basta commistione d'intervento militare e civile, basta vittime tra la popolazione causate dalla strategia aerea atlantica».
NATO: AFGANA, D'ALEMA SOSTENGA ROADMAP SOCIETA' CIVILE(AGI)
- Roma, 2 apr. - Al vertice Nato di Bucarest l'Italia sostenga la roadmap per la pace in Afghanistan indicata da tutte le componenti della societa' civile afgana e italiana. Lo chiede a gran voce, con un messaggio consegnato al ministro degli Esteri Massimo D'Alema, 'Afgana', la rete italiana di ong, associazioni, accademici e cittadini, che a gennaio ha contribuito alla creazione del documento in 19 punti approvato a Kabul e ratificato a Roma.
'Afgana' ha inoltre chiesto a D'Alema di farsi portavoce delle preoccupazioni relative al permanere dell'operazione militare guidata dagli Stati Uniti Enduring Freedom, "dannosa e fuorviante", si legge in un comunicato, "per il grado di confusione che genera nella coesistenza di due comandi sul terreno e che sembra impedire l'identificazione di nuove strategie e dialettiche che non siano solo militari".
Tra le altre richieste arrivate a Bucarest: la ridefinizione del ruolo dei Piani provinciali di ricostruzione (Prt), "le cui attivita' non devono essere confuse o assimilabili agli sforzi della cooperazione civile internazionale e locale"; l'identificazione di percorsi e strumenti per la salvaguardia della sicurezza dei civili afgani; il riconoscimento alla societa' civile afgana di un ruolo "attivo e protagonista" nella ricostruzione del Paese, attraverso "finanziamenti adeguati e strumenti idonei". (AGI)
Proposte di pace per l'Afghanistan
Presentazione della piattaforma di “Afgana”
12/03/2008 (Ami)
Guarda il Video
Presentata oggi a Roma la piattaforma di pace per l'Afghanistan. Un insieme di proposte dirette alla società civile dell'ex territorio dei Taliban. Ricostruzione civile, sostegno alle organizzazioni delle donne, ricostruzione a partire dall'educazione dei servizi sociali e sanitari, delle produzioni locali di cibo i punti fondamentali della piattaforma. In gioco il tentativo di trovare una via d'uscita alla presenza militare della Nato.
(alessandro fioroni - video:enrica laneri - interviste:valerio perogio)
Si è tenuta oggi nella sala stampa del Senato una conferenza stampa per presentare la piattaforma italiana sul conflitto in Afghanistan. Una delegazione della società civile, rappresentativa dei principali forum e coordinamenti di associazioni e Ong afgane, ha incontrato i firmatari di "Afgana", il nome dato all'insieme delle proposte italiane sul conflitto nel “paese degli aquiloni”. Infatti afgani e italiani, nel gennaio scorso a Kabul, hanno condiviso e riscritto una piattaforma comune in 19 punti che verte essenzialmente sul coinvolgimento della società civile, e che cerca in questo modo una via per superare il sentiero di una guerra che non sembra avere vie d'uscita. All'incontro di oggi hanno partecipato Sayed Rahim Sattar (Afghan Civil Society Forum), Masood Khan Khalil (Afghan NGO Coordination Body), Sheila (Afghan Women Network), Marco Braghero (Peacewaves) e Emanuele Giordana (Afgana). Rappresentanze qualificate dunque alle quali si è aggiunta quella di Patrizia Sentinelli, viceministro alla Cooperazione. Ed è stata proprio lei, a margine della conferenza stampa, a illustrare i punti fondamentali della piattaforma. La viceministra ha messo in luce come: «la piattaforma offre un terreno d'intervento molto più interessante ed articolato della semplice fuoriuscita dall'impegno militare, perchè parla di ricostruzione civile, di sostegno alle organizzazioni delle donne, di ricostruzione a partire dall'educazione, di servizi sociali e sanitari, di produzioni locali di cibo e di molto altro». Si tratta quindi di cooperazione fattiva e materiale, che possa in qualche modo portare un effettivo aiuto nell'immediato ma che, nello stesso tempo, abbia la capacità di prefigurare una società afgana futura. Naturalmente per giungere al compimento di questa missione è necessaria una forte azione che agisca su più livelli, a cominciare da quello politico: «Questo governo ha messo in campo una strategia per la società afgana che ancora deve essere compiuta in modo puntuale, intendo dire che abbiamo rafforzato il sostegno della cooperazione civile, a mio parere bisogna farlo ancora di più....... la piattaforma va in questa direzione, perciò il nuovo governo dovrà essere capace di cimentarsi con queste proposte infatti non si può perseguire una strategia per la pace con l'intervento militare» ha concluso la Sentinelli. La fine del conflitto è quindi legata alle decisioni del governo che uscirà dalle urne il 13 aprile, dopo quella data infatti si discuterà della presenza o del ritiro dei soldati dal teatro afgano. Decisioni difficili che dovranno però essere inevitabilmente legate al: «...... tentativo di dare forza alla società civile afgana e per noi italiani, che crediamo in questo processo, è un punto fondamentale. Fino ad ora abbiamo pensato all'Afghanistan come ad un'opzione militare da risolvere con gli strumenti della guerra. Così non funziona e se ne rende conto anche la Nato, però la politica non ha ancora individuato nella società civile un interlocutore valido» ha affermato Emanuele Giordana il quale ha poi ulteriormente precisato il suo pensiero: «.... noi non chiediamo il ritiro dei soldati perchè questo non è ciò che chiedono gli afgani, in questo momento i soldati sono quelli che impediscono alla guerra di avanzare, di tornare nelle case, di provocare nuovi profughi, però la sola prospettiva militare non è sufficiente. I soldati possono restare anche per un lungo periodo ma solo per fare da garanzia ad un effettivo percorso verso la pace e non a bombardare i civili come succede ora».
«Afgana»: meno armi più Ong
Il Mattino 13/03/2008
Sostenere in Afghanistan la revisione del mandato militare rafforzando l'Onu e le organizzazioni della società civile afgana e prevedendo una compensazione per le vittime della guerra. Sono alcuni dei 19 obiettivi segnalati dalle organizzazioni della società civile afgana che ieri a Roma hanno presentato un'agenda condivisa col gruppo di «Afgana» (una rete di associazioni e organizzazioni italiane) che sarà inviato al ministro D'Alema perché ne tenga conto nella prossima riunione della Nato prevista a Bucarest in aprile.
LA SOCIETA' CIVILE BATTE UN COLPO
Il Riformista 13/3/08
Almeno due fantasmi si sono materializzati in questi giorni sullo sfondo tragico del conflitto afgano. Il primo ha battuto un colpo nella riesumazione francese, qualche giorno fa a Bruxelles, della Conferenza internazionale sull'Afghanistan. Una vecchia idea italiana, come lo stesso Bernard Kouchner ha riconosciuto, rivitalizzata dal nuovo corso muscolare di Sarkò. Ma Parigi è stata avara di dettagli se non che la conferenza si terrà in Francia. Su quali contenuti, con quale strategia, con che finalità resta tutto da chiarire. Né lumi sono arrivati da Roma, madrina di un'idea fattasi sempre più sbiadita ancorché sia stata l'unica proposta di un qualche peso che potesse far intravedere il primato della politica sulla sola opzione militare, rivelatasi quantomeno incapace, come ammettono persino i think tank americani, di curare un malato che anziché guarire sembra aggravarsi. Il secondo fantasma, che ha battuto invece un colpo a Roma, è quello della società civile locale che ieri, materializzata da volti e corpi in una conferenza stampa congiunta con la piattaforma di “Afgana” (una rete di associazioni, accademici, cittadini italiani), ha segnalato quantomeno che in Afghanistan non ci sono solo talebani e signori della guerra ma un segmento, probabilmente piccolo e soprattutto fragile, che seppur criticamente si relaziona col governo e con la comunità internazionale. O che vorrebbe farlo visto che non c'è un solo documento della Nato che ne citi almeno l'esistenza. Questi signori e signore sono medici e avvocati, volontari e ricercatori, persino religiosi. Vorrebbero contare di più e dire la loro, forse suggerendo qualche nuova strategia. Chiedono – si legge sulle agenzie – di parlare alla Conferenza di Parigi. Chissà che da due fantasmi non venga partorita alla fine qualche nuova idea
LE RICHIESTE DI AFGANA:CANDIDATO ITALIANO PER UE A KABUL E 15 MINUTI PER PARLARE A PARIGI
Il manifesto 13/3/08
Quinidici minuti di intervento alla Conferenza Internazionale di Parigi sull’Afghanistan, in programma per giugno, e il sostegno di un candidato italiano come inviato speciale dell’ Ue a Kabul. E’ quello che chiedono i rappresentanti della società civile afgana e italiana, che ieri a Roma hanno presentato la risoluzione adottata al termine di una conferenza di pace svoltasi a Kabul il a fine gennaio. Un documento in 19 punti, redatto dai membri della società civile locale - che riunisce rappresentanti di diverse realtà del Paese, oltre che i capi clan e i capi religiosi - insieme alla piattaforma italiana “Afgana”. Tra le priorità indicate nel documento, il sostegno alla revisione del mandato UNAMA in stretta collaborazione con il governo afgano, la fine della missione Enduring Freedom, il rafforzamento del ruolo delle Nazioni Unite, delle organizzazioni non governative e della società civile afgana, e il loro coinvolgimento nella cooperazione, ricostruzione e riconciliazione nazionale del paese. La risoluzione chiede inoltre di evitare danni ai civili e prevedere la compensazione di eventuali vittime in rispetto degli standard prescritti dalle leggi internazionali sui Diritti Umani (J.T.)
Apc-AFGHANISTAN/ LA SOCIETA' CIVILE CHIEDE "15 MINUTI" A PARIGI
Illustrato documento ong per un processo di pace visto dal basso
Roma, 12 mar. (Apcom) - Sono donne, accademici, sindacalisti, artigiani, ma anche mullah e capi tribù: quella che con un'espressione un po' generica si definisce 'società civile' alza la voce, e chiede di partecipare al processo di stabilizzazione dell'Afghanistan. Associazioni e ong vogliono un posto al tavolo della futura Conferenza internazionale di Parigi e "almeno quindici minuti" per presentare un piano d'azione in 19 punti, già approvato e sostenuto dal governo Karzai. Il documento, partorito dalla 'pre-conferenza sulla pace della società civile afgana' che si è tenuta in gennaio a Kabul, è stato presentato oggi a Roma da Marco Braghero dell'ong savonese Peacewaves ed Emanuele Giordana di 'Afgana.org', insieme al vice ministro degli Esteri per la Cooperazione Patrizia Sentinelli e una delegazione di ong afgane. "A Parigi ci saranno l'Onu e i Paesi donatori, ed è fondamentale che i futuri interventi per la pace in Afghanistan passino attraverso la società civile locale che, nonostante gli ultimi trent'anni di guerra, ha saputo mettersi in rete e oggi rappresenta tutte le realtà tribali, i capi clan e i capi religiosi del paese" ha spiegato Braghero, la cui organizzazione è impegnata dal 2002 con progetti di carattere culturale nel paese devastato da decenni di guerre. Oltre le cronache di attentati e violenze, "c'è una popolazione resiliente, di cui più della metà ha meno di diciotto anni" ha fatto notare Braghero. "C'è una società civile viva, che sta lavorando e chiede un cambiamento della strategia militare" gli ha fatto eco Giordana, annunciando i prossimi appuntamenti, che sono la "conferenza di pace - vera e propria - della società civile afgana", prevista per giugno, e una seconda riunione a livello regionale che dovrebbe tenersi in ottobre. La piattaforma in 19 punti mette in evidenza, fra l'altro, la necessità di sostenere la revisione del mandato della missione Onu in Afghanistan (Unama) e di agevolare la conclusione di quella militare guidata dagli Usa (Enduring Freedom). La società civile insiste poi per un rafforzamento del ruolo delle Nazioni Unite e per un maggiore coinvolgimento delle ong nella cooperazione, ricostruzione e riconciliazione nazionale. C'è inoltre un appello per evitare danni ai civili e prevedere la compensazione di eventuali vittime nel rispetto degli standard prescritti dalle leggi internazionali sui Diritti Umani. Un progetto politico tutt'altro che autoreferenziale: "Gli interlocutori sono Nazioni Unite, Unione Europea, americani, i paesi impegnati direttamente in Afghanistan e quelli della regione, oltre naturalmente al governo Karzai" come ha precisato Sayed Rahim Sattar dell'Afghan Civil Society Forum, presente all'incontro con i connazionali Masood Khan Khalil e la signora Sheila dell'Afghan Women Network, che raccoglie alcune decine di organizzazioni che si battono per i diritti delle donne. In Italia, del resto, la Camera dei Deputati ha già approvato, insieme al decreto di rifinanziamento delle missioni, un emendamento che prevede il sostegno all'organizzazione di una conferenza regionale della società civile, d'intesa con le sollecitazioni di 'Afgana'. E dal governo è arrivato un ordine del giorno nel quale ha fatto proprie molte delle proposte messe a punto nel confronto fra ong italiane e società civile afgana. "Il dibattito sulla distinzione tra cooperazione militare e intervento civile è ancora aperto" ha osservato Sentinelli, "e mi auguro che chiunque mi succederà nell'incarico, di qualsiasi colore sia il prossimo governo, rafforzi ulteriormente l'attività della società civile afgana e italiana". E nonostante la crisi di governo, ha assicurato Giordana, la rete "va avanti" nell'elaborazione di interventi e documenti di indirizzo da proporre alle istituzioni già "in occasione della revisione del mandato Unama, a fine mese, e del meeting della Nato a Bucarest di aprile. Spr 12-MAR-08
AFGHANISTAN: SOCIETA' CIVILE, "VOGLIAMO 15 MINUTI A PARIGI"
(AGI) - Roma, 12 mar. - Quindici minuti per presentare alla
conferenza internazionale sull'Afghanistan che si terra' a
Parigi a meta' giugno una roadmap per la pace in 19 punti, gia'
approvata e sostenuta dal governo Karzai. Lo chiedono i
delegati della societa' civile afghana, che oggi hanno
presentato a Roma il documento, elaborato nella preconferenza
di pace di fine gennaio a Kabul. "A Parigi ci saranno l'Onu e i
Paesi donatori", ha spiegato Marco Braghero, presidente di
PeaceWeaves, "ed e' fondamentale che i futuri interventi per la
pace in Afghanistan passino attraverso la societa' civile
locale che, nonostante gli ultimi trent'anni di guerra, ha
saputo mettersi in rete e oggi rappresenta tutte le realta'
tribali, i capi clan e i capi religiosi del Paese".
Questa realta', assolutamente non considerata come soggetto
politico nei documenti ufficiali Nato e dei governi, e' invece
protagonista in questo itinerario recepito in pieno nella
conferenza di Kabul organizzata dalla Ong di Savona PeaceWaves,
in collaborazione con la piattaforma 'Afgana.org' e con il
contributo della Cooperazione italiana.
E 'Afghana.org' ha intenzione di consegnare al ministro
degli Esteri Massimo D'alema la piattaforma in 19 punti,
affinche' ne tenga conto nel suo intervento al vertice Nato che
si terra' dal 2 al 4 aprile a Bucarest, cui partecipa anche il
segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon. (AGI)
Gav (Segue)
121724 MAR 08
AFGHANISTAN: SOCIETA' CIVILE, "VOGLIAMO 15 MINUTI A PARIGI" 2
(AGI) - Roma, 12 mar. - L'Afghanistan "e' come un bambino che
sta imparando a gattonare e per reggersi sulle proprie gambe ha
bisogno del sostegno della comunita' internazionale", ha
osservato Masood Khan Khalil, portavoce del coordinamento di
300 ong afghane, sottolineando che "deve essere il popolo
afghano a conoscere quali sono le priorita' per le
ricostruzione del Paese".
Braghero ha ricordato che "L'Italia e' in prima linea nella
ricostruzione" e che "dal governo sono arrivati i primi segnali
della necessita' di un cambio di strategia in Afghanistan". Il
riferimento e' all'emendamento approvato nel Decreto missioni
che prevede il finanziamento di una conferenza regionale della
societa' civile prevista per novembre a Kabul. Un appuntamento
che in realta' e' duplice, ha spiegato Emanuele Giordana di
Afgana.org, "perche' prevede anche una conferenza nazionale
preparatoria della societa' civile a giugno".
E' stata la viceministra degli Esteri con delega alla
Cooperazione, Patrizia Sentinelli, a sottolineare i recenti
sforzi del governo italiano per un cambio di strategia in
Afghanistan. "Il dibattito sulla distinzione tra cooperazione
militare e intervento civile e' ancora aperto", ha spiegato la
Sentinelli, "e mi auguro che chi mi succeda nell'incarico, di
qualsiasi colore sia il prossimo governo, rafforzi
ulteriormente l'attivita' della societa' civile afghana e
italiana". Dove per societa' civile, ha sottolineato, "non si
intendono solo le Ong ma anche i rappresentanti degli enti
locali, attori essenziali per la ricostruzione del tessuto
sociale di un Paese".
I punti chiave della roadmap stilata della societa' civile
afghana: rafforzare il ruolo dell'Onu e coinvolgere la societa'
civile nella ricostruzione e riconciliazione del Paese; evitare
gli attacchi che mettono in pericolo di vita i civili e
compensare i familiari eventuali vittime; sostenere la
revisione del mandato della missione di assistenza delle
Nazioni Unite (Unama) in stretta collaborazione con il governo
afghano; diminuire le spese militari
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